Chi impara a programmare fin dalla scuola primaria diventa più intelligente ?

Kurt Goedel.

Parlare male del coding è come parlare male di Madre Teresa di Calcutta. Non si può, non è accettabile. Ormai il movimento che lo propone è il politically correct dell’ information tecnology, chi si oppone è un oscurantista. Tutti ne parlano, tutti lo sperimentano, tutti fanno wow !  quando lo praticano, specialmente con i bambini più piccoli: alcuni affermano  addirittura che sia un nuovo paradigma  utile per  estendere  il nostro pensiero,  la nostra intelligenza,  le nostre capacità critiche. Sembra di aver trovato una specie di pietra filosofale, una forza unificatrice, una teoria del tutto  educativa in grado,  finalmente,  di collegare le molteplici interazioni e forze del nostro universo  sia naturale che sociale.  La proposta  di insegnare il coding fin dall’infanzia  viene avanzata  da più parti  e ci proviene da contesti differenti:  grandi player dell’ i.t. ( Bill Gates e M. Zuckerberg),  centri di ricercae Università  come il MIT di Boston, politici di grande potere come l’ex presidente degli USA  B. Obama, rappresentanti di governo  come il nostro ex ministro della pubblica istruzione  Giannini  e governatori di regioni come la Sardegna (Pigliaru), dove si pensa di utilizzarlo come strumento per alleviare la piaga della dispersione scolastica.

Come si vede sono tutte persone di primo piano,  le loro argomentazioni,  che vedremo più avanti,  sembrano  inoppugnabili e il solco sembra  tracciato. The path is clear, come propone la musica mirabile dei Genesis in  ‘Firth Of Fifth’  (il paradosso del quarto che è quinto),  e se ragionassimo in termini  di  potere,  di personaggi illustri, dovremmo rimanere  ammutoliti e consegnati all’assenso verso questa nuova forma pedagogica.
Accanto a persone che ragionano in termini di opportunità,  di una possibile via da seguire,  troviamo altre persone che propongono  l’adozione del coding nella scuola in termini di necessità  e  manifestano una fede che non ammette dubbi.  Nei social  si  legge di tutto,  dall’insegnante ingenuo  che sostanzialmente sta scoprendo la ruota o l’acqua calda ai formatori che ne fanno un cavallo di battaglia per vendere corsi, fino al grande business  dei venditori di hardware che  vorrebbero trasformare ogni scolaretto in un consumatore  ‘consapevole’,  perché, dicono,  finalmente si  sviluppa il suo codice da solo ( comunque consumatore rimane).  Poiché  tutto questo entusiasmo mi  lascia alquanto perplesso, nonostante scriva codice da più di 30 anni e mi sia occupato del pensiero computazionale per eccellenza, la logica matematica,  ho pensato di interrogare sul tema alcune persone a me vicine,  che fanno gli informatici di professione in grandi aziende in giro per il mondo o che  sono titolari di cattedra di Informatica nelle scuole superiori.  La prima cosa che ho notato è che in queste persone  non è presente alcun  atteggiamento  fideistico, i loro ragionamenti  sono tutt’altro che improntati ad accettazione acritica  del coding e tutti  esprimono più di una perplessità sull’ insegnamento di un linguaggio di programmazione fin dalla   scuola  primaria.  Se si riflette sulla questione si capisce subito che la discussione  è molto complessa,  e perciò molto stimolante,  perché implica non solo tematiche di pedagogia ma anche di  filosofia e logica.

Che cosa è il coding

‘Coding è un termine inglese al quale corrisponde in italiano la parola programmazione… Parliamo di un approccio che mette la programmazione al centro di un percorso di apprendimento.. che  stimola la risoluzione dei problemi. Parliamo di pensiero computazionale, ovvero di un approccio inedito ai problemi e alla loro soluzione. Bambini e ragazzi con il coding sviluppano il pensiero computazionale e l’attitudine a risolvere problemi più o meno complessi. ‘

Questa definizione, che per ragioni di spazio ho riassunto,  ha il pregio della chiarezza,  è  tratta da uno dei tanti siti  che si propongono di  diffondere il coding  (Robotiko) e ci serve per iniziare il nostro ragionamento.
Che cosa dobbiamo insegnare?

Che i linguaggi di programmazione possano essere insegnati nelle scuole superiori,  negli indirizzi tecnico-professionali  finalizzati all’information tecnology, nessuno lo mette in dubbio. Come  nessuno si mette in testa di far insegnare in queste scuole docenti con una certificazione di poche ore  presa in uno dei siti che propagandano il coding, magari  per farli diventare concorrenti dei docenti disciplinari. Sarebbe follia. La discussione verte su un altro problema:  è giusto, è opportuno insegnare un linguaggio di programmazione nella scuola primaria ?

Nessuno mette in dubbio la meraviglia, il sincero stupore e l’entusiasmo con il quale i docenti e i bambini delle scuole primarie accolgono le esperienze basate sul coding.  Ricordiamoci che fu proprio  Aristotele  nella Metafisica,  a dichiarare  che lo stupore di fronte alle cose, la capacità di farsi sorprendere, sono alla base del pensiero filosofico. Cosa c’è  quindi che non va nel coding  pensato come ambito disciplinare fin dalla scuola primaria ?
Possiamo rispondere declinando questa  domande in  queste:

– Chi deve decidere cosa   insegnare ?

– Che cosa è sapere di base, quindi degno di  insegnamento nella primaria ?


Chi  deve decidere cosa insegnare

Cosa insegnare nella scuola primaria può essere deciso da privati, da portatori di interesse anche sani come Bill Gates e  Zuchkemberg ?  Con tutta l’ammirazione che si può nutrire nei confronti di questi grandi personaggi del nostro tempo, la risposta è ovviamente negativa e non mi pare di dover argomentare.   Questo significa che devono essere i governi a decidere cosa insegnare (Obama, ex Giannini, Pigliaru) o i centri di eccellenza come il MIT ? Dipende, in generale è meglio di no.  Dal punto di vista storico, la domanda rimanda ad  una  questione  affrontata in America negli anni ‘60, quando i sovietici con il lancio del primo Sputnik  nello  spazio, dimostrarono  la loro superiorità  in campo tecnologico.  Questo  fatto portò la cultura americana ad interrogarsi sulle origini del ritardo tecnologico della loro società rispetto ai rivali sovietici e la ‘colpa’ fu attribuita al sistema scolastico, incentrato sul modello attivista di John Dewey.

Nel 1959 il governo americano convocò l’Accademia Nazionale delle scienze a Woods Hole, sotto la presidenza di Jerome Bruner, proprio per revisionare il sistema scolastico e indirizzarlo verso un modello più efficiente rispetto al ‘democraticismo’ di Dewey. In questa occasione venne approvato un documento (The process of education) che recepiva le idee di Bruner , in forte contrasto con quelle di Dewey.

La nuova proposta, di orientamento strutturalista, metteva l’accento sul fatto che le idee soggettive per l’acquisizione della conoscenza dovevano essere abbandonate a favore del concetto di struttura proposto come principio fondante delle diverse discipline. La scuola non deve trasferire nozioni ma le idee fondanti dei saperi disciplinari, per intenderci le idee che coagulano dentro il loro raggio  d’azione  fatti e nozioni che altrimenti appaiono episodici e non collegati. Nel nuovo documento il compito fondamentale della ricerca pedagogica diventa quello di individuare questi nuclei fondanti.

Questa storia ci aiuta a capire il nostro problema. Chi è che deve individuare i nuclei fondanti, i cosiddetti saperi di base ? I centri di ricerca che si occupano di tecnologia, i governi ? Nessuno di questi. I nuclei fondanti delle discipline sono individuati per competenza e per capacità dagli epistemologici. Non sono quindi i pedagogisti, i maestri, i governi, gli scienziati, l’interesse soggettivo  del bambino che ci possono guidare in questo percorso;  sono proprio gli specialisti che si occupano di studiare i nuclei fondanti del nostro sapere che per consenso unanime definiamo filosofi di quel sapere scientifico, ossia  epistemologi. Saranno poi gli psicologi, i pedagogisti, gli esperti disciplinari a declinare come questi nuclei debbano essere  insegnati  effettivamente nei vari ordini di scuola.

Mi sembra quindi che la proposta di Bruner possa essere interessante e sia di valido aiuto anche nel caso dell’introduzione del coding fra i saperi di base o meno. Chi deve decidere se vale la pena di insegnare il coding ? La risposta, in linea con la considerazione precedente è che deve fare la prima mossa chi per mestiere conosce le strutture e gli ambiti dei saperi, chi si occupa per mestiere di questo problema. Non il formatore che spera di vendere corsi, non il produttore di hardware e software che può avere interessi commerciali, non i governi che sono tentati dal consenso facile ma gli epistemologi che non dovrebbero essere stakeholders, dovrebbero ragionare sul lungo periodo ed hanno strumenti di conoscenza e competenze che altri non hanno.  Sono loro che  possono fornire una risposta più meditata e di più largo respiro.

Che cosa è sapere di base ?

Accanto alla lettura, al far di conto e alle basi elementari della scienza naturale e sociale,  che altro può essere definito  sapere di base ? Alcuni sostengono che, vista l’evoluzione verso il digitale della nostra società, occorre estendere i tre pilastri educativi ad un quarto in modo da comprendere il coding. Altri invece sottolineano che la pretesa di inserire nel curriculum delle scuole primarie  una nuova disciplina come quella qui in discussione sia un processo viziato dal fatto che  il coding non sarebbe  altro che una moda passeggera, una semplice  bolla conoscitiva. Questi ultimi,  onde   evitare di essere accusati di eccesso di critica, sono al più disposti ad ammettere  che il coding è solo uno strumento, utile per capire qualsiasi sapere ma privo di dignità ontologica, un semplice organon,  strumento, come lo definiva  Aristotele.

La questione inoltre porta ad interrogarsi sulla relazione  fra coding, pensiero computazionale, logica e pensiero in generale,  per chiedersi se sia corretto considerare le procedure algoritmiche come  il pensiero  umano più fecondo o secondo i più estremisti, paradigmatico per tutti gli altri.
Si tratta di un palese caso di eterogenesi dei fini dove ciò che è strumento diventa fine, così come il grande Spinoza pensava del denaro e dei beni materiali, oppure l’operazione legata al coding  è legittima ?

Anche in questo caso, la storia del pensiero ci viene in aiuto. Sotto mentite spoglie queste questioni e queste domande sono già comparse.

 

Pensiero Calcolante e pensiero meditante

La questione che il pensiero possa essere ridotto a mero calcolo ha una lunga tradizione in occidente, parte da Raimondo Lullo (Ars Magna), continua con Leibniz (Ars combinatoria), approda  ed influenza anche il logicismo matematico  di Frege e Russell.

Questa tradizione di pensiero è stata avversata da pensatori altrettanto grandi. Possiamo citare B. Pascal, A. Schopenhauer,  F. Nietzsche, la psicanalisi di S. Freud  e soprattutto M. Heidegger con il suo pensiero meditante che pone l’accento sulla pretesa riduzionistica del mondo occidentale basata sull’ erronea identificazione  del  pensiero con la  calcolabilità.        G. Frege

Heidegger è stato ripreso recentemente in Italia da U. Garimberti, il quale ci avverte che  ‘Il processo di riduzione a calcolo viene fatto iniziare nel ‘600, quando Galilei, dopo aver distinto  nei corpi le caratteristiche qualitative e quantitative, afferma che si può fare scienza solo con queste ultime.’
Solo la quantità è calcolabile, il resto va espunto dal sapere. Grandi pensatori come Hegel e Marx, assai poco digeriti in occidente, in virtù del loro pensiero dialettico, mettono però in luce un problema: quantità e qualità sono connesse, in certi casi si passa dall’una all’altra. Hegel  afferma: … “Se mi tolgo un capello, sono uno che ha i capelli; se me ne tolgo due, sono ancora uno che ha i capelli, se me li tolgo tutti, sono calvo: cambiamento qualitativo”. Sono così passato, accumulando quantità, ad una nuova qualità, ho fatto un salto qualitativo. L’esempio dovrebbe consigliare prudenza ai sostenitori del riduzionismo.  Un passo più avanti rispetto alla eliminazione della qualità dal discorso scientifico viene fatto quando si pretende di ridurre il pensiero scientifico a mera  tecnica. In questo caso la  ricerca della verità non esiste più, quello che conta è l’ efficienza e l’efficacia.  Come avverte Heidegger, risulta  “Inquietante non … che il mondo diventi un enorme apparato tecnico, molto più inquietante è che non siamo affatto preparati a questa radicale trasformazione del mondo; ma la cosa ancora più inquietante… è che non disponiamo di un pensiero alternativo al pensiero come calcolo”. Galimberti ci spiega il tutto affermando che  ‘L’analisi di Heidegger, tuttavia, non è la condanna sterile e senza senso dei saperi tecnico-scientifici quanto una messa in guardia dalla deriva più pericolosa: la divinizzazione di tale pensiero che porta a non considerare, o a ritenere semplicemente non importante, tutto ciò che non può essere oggetto di misurazione, di calcolo scientifico.’

Silvano Tagligambe.

Recentemente (Novembre 2016) si è tenuto a Cagliari un importante convegno, organizzato dal circuito di credito commerciale Sardex, proprio sul rapporto fra pensiero calcolante e pensiero meditante. Nel suo talk, Silvano Tagliagambe, finissimo  e profondo filosofo della scienza italiano, sottolinea la grande importanza di vedere ‘…il mondo come un insieme di processi in divenire, capace di captare scenari alternativi’  e mette l’accento sulla necessità  di ‘ non considerare il mondo come un insieme di processi già compiuti, già definiti una volta per tutti con proprietà immutabili’, occorre piuttosto vederlo  come un insieme di forme fluide che possono cambiare grazie all’immaginazione dell’uomo. Tutto ciò non per demonizzare la tecnica, per combatterla, ma per farne oggetto di riflessione  attraverso il pensiero meditante, in modo da combattere il ‘fondamento sbagliato, il circolo vizioso che consiste nell’interesse esclusivo per l’utile e l’applicazione che trasformano  il pensiero in algoritmo.  In questo modo nessuna sorpresa è possibile, anche perché in questo modo si vuole trasformare il pensiero in una procedura che può essere realizzata da una macchina. Si estirpa la meraviglia, lo stupore e la capacità di immaginare e soprattutto si riduce all’assenso, perché di fronte al calcolo e ai suoi risultati nessun dissenso è possibile.  Però così si elimina la formulazione della conoscenza come libera emanazione della comunità. Ma ci avverte Silvano Tagligambe ‘ Il problema non è estirpare dalla nostra vita la tecnica, il sogno  è trasformare la tecnica in disposizione creativa, anche perché siamo consapevoli che per trasformare i nostri valori condivisi, abbiamo bisogno della tecnica.’  Quindi la tecnica non va rigettata, va accettata, ma come  disposizione creativa capace di farci  capire che  non esiste un solo modo di pensare, un solo cammino.

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L'Autore


Luciano Pes
Laureato in Filosofia presso l'Università degli studi di Milano dove ha seguito un indirizzo Logico ed epistemologico, attualmente è docente in un Liceo di Cagliari. Ha maturato un'esperienza trentennale nello sviluppo di programmi software per la didattica costruendo diverse piattaforme. E' presidente del consorzio per la scuola digitale no profit DISCET nonchè fondatore e direttore scientifico del progetto Impari: social learning. Si è occupato di scuola digitale sia a livello istituzionale che in progetti privati.
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