Spostare l’attenzione dalle app all’uso consapevole delle tecnologie

E’ indubbio che l’introduzione della figura dell’Animatore Digitale nella scuola italiana abbia creato tutta una serie di conseguenze positive. Innanzi tutto si è data una configurazione ufficiale ad un ruolo che, de facto, molti docenti rivestivano già. In secondo luogo è stata approntata una figura di sistema il cui lavoro e la cui vision avrà l’agio di esplicarsi in un triennio. Non da ultimo giova ricordare che tale figura ha ricevuto, e sta ricevendo, una formazione ministeriale ad hoc, che mira non solo a rafforzarne le competenze tecniche ma che punta a renderla a sua volta figura di riferimento interna alla scuola per esigenze di innovazione e formazione.
Ma quali sono gli ambiti nei quali l’animatore, di concerto con dirigente, direttore servizi amministrativi, team innovazione e collegio docenti tutto, è chiamato ad intervenire? Il ministero suggerisce tre linee di intervento: formazione interna, creazione di soluzioni innovative e coinvolgimento della comunità scolastica. Se le prime due azioni erano in qualche modo prevedibili, e per altro già rappresentavano precipuo nucleo di interesse ed intervento dei docenti “innovatori”, la terza risulta una meritoria innovazione. Coinvolgere la comunità scolastica (genitori, ex insegnanti, agenzie di formazione, imprese e associazioni culturali), infatti, significa avere un’idea alta della scuola, vuol dire intendere l’istituto scolastico non già luogo chiuso del sapere ma spazio aperto al e per il confronto con tutti gli attori che contribuiscono al fenomeno educativo. Per questo motivo da molti “animatori” tale linea di intervento è stata salutata come ottima opportunità per la scuola in generale, e non solo per l’animatore in particolare.
Chiariti gli ambiti di intervento suggeriti dal ministero proviamo ora a concentrare la nostra attenzione su quello che, in linea di massima, è stato sinora l’intervento dei singoli animatori su scala nazionale. Da premettere, per amore di verità, che quanto seguirà si basa non già su studi scientifici né su statistiche elaborate da centri di ricerca, ma piuttosto sull’eco che, specie nei social network, viene rimandato dell’azione reale degli animatori digitali. Nessuna pretesa di verità, dunque, ma presa di coscienza di un “brusio della lingua” che ha nei social network (Facebook in particolare) un luogo di elezione.
Una delle azioni senza dubbio più meritorie emerse dai gruppi informali degli animatori digitali è stata la formazione interna sull’uso delle tecnologie didattiche; resta impossibile dare un quadro uniforme ad una realtà che, per sua natura, è difforme e fortunatamente variegata, tuttavia l’impegno di molti animatori è stato profuso nell’ “addestramento” tecnico all’uso di vari software (specie web based) che possano portare una qualche innovazione didattica (su quest’ultimo punto entreremo nel dettaglio in un prossimo contributo). Beneficiari di tale azione sono stati in primis i docenti e, come ovvia ricaduta, gli studenti. Un altro aspetto su cui lo sforzo degli animatori è stato significativo è da considerarsi l’implementazione di infrastrutture tecnologiche all’avanguardia, il che ha significato la progettazione di spazi per l’apprendimento di nuovo tipo (aule aumentate dalle tecnologie, setting di banchi non frontali), molto spesso finanziati da appositi bandi (su tutti “Atelier Creativi” e “Biblioteche Innovative”). Infine, nei grandi numeri, si evince un certo riguardo per le metodologie didattiche innovative (senza le quali le infrastrutture di cui sopra sarebbero inutile spesa), tra le quali spicca il “pensiero computazionale” fortemente voluto dal ministero e felicemente implementato da migliaia di docenti in Italia.
Quale bilancio fare, dunque, di queste azioni? Senza alcun dubbio l’esito è più che positivo, forse ancora più di quanto lo stesso ministero non avesse sperato. A tal proposito allora cosa fare per migliorare un quadro di per sé già efficace? Semplice: ridefinire le priorità. Detto in modo sintetico: finora le priorità sono state: l’addestramento all’uso di software e l’innovazione strumentale (più raramente pedagogica), d’ora in poi occorre rimettere al centro ciò che è più proprio per un insegnante (che sia animatore o non) vale a dire l’educazione. E quale tipo di educazione è opportuno che curi in particolar modo l’animatore digitale? Semplice: la “media education”.


Una definizione sintetica di “media education” potrebbe essere: “educazione all’uso consapevole dei mezzi di comunicazione”. Si perché noi adulti in primis, e di conseguenza i nostri ragazzi, tranne che in rari casi, non siamo (stati) educati all’uso consapevole e ragionato dei nuovi strumenti di comunicazione. Nel curriculum di studio di un docente (senza citare nemmeno le classi di concorso e i titoli di accesso ai concorsi e all’insegnamento) non c’è quasi mai un percorso che tratti quella che ritengo la più grande urgenza educativa dei nostri anni: la media education.
Pensare che nel 2017 il Ministero dell’Istruzione non abbia ancora previsto di implementare almeno un’ora settimanale di media education nei piani di studio di tutti i gradi di scuola non solo è grave ma rischia di essere persino colpevole da qui a qualche anno. Questo non vuol dire che non ci siano interesse, progetti, attività anche molto significative, ma significa che tali sforzi sono episodici e non sistematici. Occorre invece, sin dalla scuola primaria, educarci ed educare le nuove generazioni ad un uso sensato e accorto degli strumenti che quotidianamente adoperano (smartphone, tablet, computer, social network, etc.).
Cosa potrebbe fare in tale scenario l’animatore digitale? Non certo improvvisarsi “media educator” se non dispone dei titoli necessari, ma senza dubbio dovrebbe avvertire l’urgenza, ad esempio, di promuovere un dibattito sul tema della privacy (che vada oltre la ritualità del Safer Internet Day), sull’uso dei social network, sul concetto di diritto d’autore e relative licenze. Ad un secondo livello, di certo più profondo e interessante, adatto alla scuola secondaria di secondo grado, sarà possibile poi affrontare lo studio delle conseguenze dell’uso dei nuovi strumenti sulle nostre vite, dal punto di vista cognitivo, emotivo, politico e culturale.
Questa, ad oggi, credo sia la priorità per un animatore digitale e per il suo team di lavoro: portare non solo il pensiero critico verso le sponde dell’ “ottimismo tecnologico” (che per molti ha l’aspetto, inconsapevole, di un “pensiero magico”) ma allo stesso tempo formare se stessi e i propri alunni ad una consapevolezza maggiore degli strumenti a nostra disposizione, strumenti che stanno cambiando in modo irreversibile il mondo in cui abitiamo e il modo in cui lo abitiamo.

 

Emiliano Onori

 

L'Autore


Emiliano Onori
Filologo classico, Docente di materie letterarie e lingue classiche, Formatore.
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