I comportamenti degli studenti in una piattaforma di apprendimento

Esiste la classe in carne ed ossa ed esiste la classe virtuale. Con l’avvento del digitale nella didattica, i docenti hanno distrattamente assistito alla nascita di una nuovo fenomeno: oltre a quella che vediamo in aula, che ci respira davanti e che rumoreggia mentre lavora, esiste anche la classe virtuale. Quella che vive online, comunica sulla chat, pubblica contenuti, interviene in dibattiti su argomenti assegnati, costruisce percorsi visivi e sonori in rete. Dove accade tutto questo? Sempre più spesso in uno spazio che non è più il blog didattico o il sito del docente, ma la piattaforma di Social Learning o LMS (Learning Management System).

Non abbiamo fatto in tempo ad interrogarci su quale tipo di relazione educativa avremmo dovuto impostare con i nostri studenti digitali, né su come avremmo dovuto valutare processi e prodotti in altri ambienti che non fossero chiusi tra le pareti della scuola. Quegli studenti producono silenziosamente i loro elaborati entro le scadenze dettate da noi, chiedono quotidianamente consigli e suggerimenti a docenti e compagni, commentano e monitorano il loro apprendimento e anche  il nostro insegnamento. Lo fanno nella piattaforma che abbiamo creato per loro, e con loro, e che alimentiamo insieme, giorno dopo giorno. Come mai è accaduto nella storia della scuola, documentiamo oggi ogni singolo singulto, ogni commento, ogni attività proposta in classe e a casa.

La mia riflessione sullo sdoppiamento della classe (o la sua duplicazione) sonnecchia da tempo, ma è stata prepotentemente risvegliata da alcune frasi che ho sentito dire dai miei colleghi nei consigli. Nella valutazione del comportamento, nessuno teneva conto della classe virtuale, come se non esistesse e soprattutto come se non fosse nostro diritto, e anche dovere, valutarne l’impatto sull’insegnamento e sull’apprendimento. Alcuni studenti erano forse poco precisi nelle consegne cartacee, ma erano chirurgicamente attenti alla deadline in piattaforma; altri parlavano poco e selettivamente in aula, mentre erano molto presenti e interattivi nella chat di classe; alcuni sembravano poco solerti nei compiti a casa, per consegnare invece in piattaforma anche nei giorni in cui erano malati o assenti a scuola.

Gli interventi, che in classe si manifestavano raramente e in modo approssimativo, nello spazio online si trasformavano in comunicazioni attente ed educate,  molto più di quanto si potesse osservare in aula, dove gli atteggiamenti del corpo potevano tradire insofferenza o scarso autocontrollo.

I docenti sono stati preparati a gestire tutto questo? Quale atteggiamento devono avere in classe e quale dietro lo schermo del computer? Come i due sé dei nostri studenti e il nostro alter ego in rete possono coniugarsi perché la relazione educativa sia equilibrata, e forse anche potenziata, ma soprattutto tenga conto che il medium non è lo stesso e ha regole diverse e forse ancora da assimilare? Non ho le risposte a tutte le domande, ma mi sto interrogando seriamente su quanto l’approccio col digitale evochi un cambiamento molto più profondo di quanto finora si fosse previsto e prospettato. Questo nuovo aspetto della professionalità dei docenti andrebbe reso esplicito e valorizzato, dovrebbe essere oggetto di pensiero critico e condivisione nelle comunità professionali. Siamo spettatori di fenomeni di grande aggressività sul web e nei social, dove cyberbullismo e flaming sono più frequenti di quanto sembri, e dove sembra possibile dire tutto, troppo, senza provare alcuna empatia per le persone a cui ci rivolgiamo (e si rivolgono i nostri ragazzi).

La nostra nuova identità di “professori digitali” ci rende protagonisti, come educatori, di un significativo quanto delicato passaggio di responsabilità. Impostare i propri comportamenti in rete nelle relazioni con i nostri studenti è ancora una volta un mezzo potente, per aiutarli a capire come anche loro possano interagire con i coetanei e con gli adulti in modo rispettoso, anche se forse diverso da come farebbero faccia a faccia”.

Alimentare il messaggio che siamo sempre le stesse persone, interlocutori reali e virtuali, anche se lo strumento espressivo è cambiato richiede altre abilità comunicative rispetto a quelle cui soprattutto i docenti sono abituati e ritengo sia diventata una priorità. Sembra un paradosso, ma il digitale ci offre la meravigliosa opportunità di renderci più vicini ai ragazzi e alle ragazze delle nostre classi di quanto non lo siamo mai stati e allo stesso tempo di mantenere con loro una esperienza di realtà, in cui tutti i sensi siano presenti sempre: odori, suoni, braccia e gambe, presenza che si muove nello spazio dell’aula, con le sue distanze e le sue prossimità.

Se con una app altero la mia voce in un video di storia o ne uso un’altra per giocare un po’ con la mia immagine e ricordare i compiti da svolgere a casa non sto svilendo il mio ruolo, ma sto comunicando la mia disponibilità a mettermi in gioco, il mio interesse a far parte del mondo dei miei studenti.

Se rispondo anche nei giorni festivi alle loro domande in rete è perché ho scelto di esserci, oltre l’orario scolastico. Sto cercando un contatto emotivo attraverso il quale aprire un sentiero per l’apprendimento, sto tentando di entrare in empatia mantenendo la mia dignità di persona e facendo vedere loro che tutto questo è possibile, senza svilirsi e senza offendere nessuno. Me ne sto assumendo la responsabilità affinché anche loro siano liberi di fare lo stesso. Per questo, più che mai, è indispensabile mantenere viva la comunicazione in aula: la realtà virtuale rischia di aggiungere complessità, sottraendo l’esperienza del corpo e dello sguardo, quello che rivolgiamo ai nostri ragazzi e ragazze quando parliamo con loro. Il passaggio dal reale al virtuale, guidato e sostenuti dai docenti, potrebbe essere la chiave di volta per potenziare entrambe le esperienze nella loro storia di apprendenti e di persone in crescita.

Pensate anche che quell’agorà virtuale, a differenza dell’aula fisica, è uno spazio nel quale tutti i docenti contemporaneamente possono essere presenti, evento che non è previsto e sarebbe quasi impossibile nella realtà. Quanto è difficile talvolta coordinarsi per proporre percorsi transdisciplinari, per lavorare nella direzione delle competenze chiave di cittadinanza, e rendere questo un percorso autentico. Come sfruttare allora queste enormi potenzialità delle piattaforme di apprendimento? Come monitorare e utilizzare i risultati di questo monitoraggio? Forse la soluzione si potrebbe situare nella sintesi tra queste due esperienze, classe reale e classe virtuale, avviandoci verso un nuovo modello di classe aumentata, dove i piani si sovrappongono e non si escludono. Per questo però ci vuole un altro articolo e altre riflessioni.

L'Autore


Daniela Di Donato
Ex Direttrice di biblioteca, ora è docente di lettere, Animatore digitale nella scuola secondaria di primo grado e formatore PNSD. Sperimenta l’uso cooperativo e inclusivo delle tecnologie nella didattica e la Flipped Classroom. Tutor e formatore dell’Associazione Italiana Dislessia, dal 2016 è membro dell’Intel Education Visionaries Group, circa quaranta docenti nel mondo che promuovono la trasformazione dell’insegnamento e l’integrazione quotidiana del digitale. Sfacciatamente appassionata del modello di scuola finlandese, lavora per avere in classe studenti felici e creativi.
Vai all'Autore