Terza puntata dell’intervento di Piero Dominici centrata sul tema del rapporto tra nuovo patto educativo e dimensione etica

Familismo amorale, irresponsabilità, illegalità diffusa, cultura della furbizia, legalità formale, sono altrettanti sintomi di quella questione culturale che costituisce il vero ostacolo ad ogni cambiamento nel nostro paese. Per Piero Dominici la strada da percorrere è quella di considerare “responsabilità” e “libertà” come concetti relazionali che esigono il NOI. La dimensione etica deve essere culturalmente e socialmente costruita attraverso un lungo processo e non può essere imposta dall’alto. La scuola e le altre agenzie di socializzazione devono farsi carico della cultura dell’irresponsabilità diffusa, che è una “emergenza educativa”, con un nuovo patto educativo, centrato sul superamento della dicotomia tra formazione umanistica e scientifica e finalizzato alla formazione di un pensiero critico e sistemico.

Questa la domanda da cui è cominciata la riflessione di Piero Dominici sul rapporto tra etica e educazione:
Lei sottolinea la centralità della scuola e dell’educazione e l’importanza che entro queste hanno l’etica e la morale. Si tratta di un discorso che risulta decisivo per molti aspetti ma nonostante questo poco si parla di questione etico – morale nel dibattito sull’innovazione scolastica. Può chiarire cosa intende affermare quando sostiene che etica e morale non si impongono e spiegare perché venga data loro scarsa importanza

Ccorrelazione tra scuola/istruzione e una cittadinanza realmente attiva e partecipata

Quando nel 1996, parlavo di “cambio di paradigma” – tema affrontato da grandi classici del pensiero e della letteratura scientifica – declinavo tale questione anche, e soprattutto, in direzione di un’urgenza forte e stringente di ripensare la ben nota dicotomia tra “fatti” e “valori” (cfr. Max Weber), provando a riportare il dibattito sull’etica e sulla trasformazione antropologica dentro quello più squisitamente scientifico riguardante la produzione di conoscenza e di saperi.
Perché, quando si dice “la questione è culturale” (!), soltanto l’affermazione di un tale principio, ci costringe a fare i conti (come detto tante volte) con una visione sistemica ed un approccio che non può che essere multidisciplinare.
Come avevamo scritto anche in passato: “L’argomento è estremamente delicato e difficile da sciogliere per le tante implicazioni. Certamente possiamo partire da un assunto: esiste una stretta correlazione tra scuola/istruzione e una cittadinanza realmente attiva e partecipata (ne abbiamo parlato anche in un altro post), a maggior ragione in sistemi sociali, come il nostro, caratterizzati da scarsa (per non dire inesistente) mobilità sociale verticale e da un familismo (im)morale diffuso che rendono ancora questa società fortemente corporativa e resiliente al (vero e profondo) cambiamento e all’innovazione sociale. Nelle società avanzate (non solo), scuole, istruzione e formazione rappresentano da sempre le uniche possibilità di riscatto sociale e di miglioramento della propria condizione sociale di partenza; ancora di più lo potrebbero/dovrebbero essere in una società rigidamente strutturata…insomma gli unici “ascensori sociali”, ormai (purtroppo) quasi del tutto bloccati da tempo: la crisi dei sistemi di welfare completa un quadro estremamente problematico che, nel rendere la precarietà condizione esistenziale, ha determinato un indebolimento dei meccanismi di solidarietà, mettendo in discussione il contratto sociale anche tra le generazioni, tra le quali è in atto una dinamica conflittuale”.
Mai dimenticare, in tal senso, che scuola e istruzione non di qualità (concetto che andrebbe sciolto) creano le condizioni strutturali per una società diseguale, non in grado di garantire neanche le condizioni di eguaglianza delle opportunità di partenza. Germi della “questione culturale” e di quella che ho chiamato la “società asimmetrica” (Dominici)

La dimensione cruciale della responsabilità e il valore assoluto di educazione e formazione

La “questione culturale” ha radici profonde e molteplici variabili e concause…Oltre all’importanza di politiche e investimenti su educazione, formazione e ricerca (no slogan), ci dev’essere un cambiamento culturale e di mentalità che può avvenire – non è semplice né scontato – solo nel lungo periodo, iniziando a lavorarci da subito: istruzione e formazione debbono essere protagoniste. E forse – ma questa è un’opinione strettamente personale – dovremmo smetterla di pensare all’istruzione e all’educazione solo ed esclusivamente come “mezzi” per ottenere un lavoro (stesso discorso per la formazione che, in ogni caso, deve essere più finalizzata). Il problema è che non siamo più in grado neanche di comunicare l’importanza, il valore dell’istruzione e della formazione. E la formazione umanistica e, nello specifico campo delle scienze politiche e sociali, è centrale per tanti motivi – di cui abbiamo parlato anche in post precedenti – ma anche e soprattutto perché tra i probabili sbocchi professionali ci sono stati, e continueranno ad esserci, proprio l’insegnamento (l’educazione e la formazione dei nostri giovani) e la Pubblica amministrazione. Dobbiamo, in tal senso, pensare seriamente a come far riguadagnare credibilità (ma non è una questione di pubblicità e/o marketing), all’istruzione, alla laurea e, in particolare, a certi titoli di studio riconducibili ad alcune aree disciplinari, considerate erroneamente meno importanti. Problema di consapevolezza, di volontà politica (?) ma anche di consapevolezza e responsabilità da parte di tutti.

Menti elastiche e aperte

Un fatto è certo: si continua ad affrontare una questione così strategica in termini che ne banalizzano la complessità e le dimensioni coinvolte; “le lauree umanistiche – e la formazione umanistica – non servono e/o non danno lavoro”, soldi buttati…per non parlare della vecchissima e fuorviante contrapposizione/diatriba tra cultura umanistica e cultura scientifica (su cui abbiamo scritto molto, non da oggi), una “roba” tutta italica che puntualmente riecheggia nel discorso pubblico. Ed è davvero incredibile che se ne debba ancora parlare e che, quando lo si fa, il tema venga percepito come originale, quasi rivoluzionario….ancora una volta, è indicativo di quel ritardo culturale assolutamente sottovalutato (si crede siano “cose” per accademici), le cui implicazioni sono profonde e a più livelli: educazione, istruzione, formazione, saperi esperti coinvolti nelle politiche, nelle analisi e nelle strategie, culture organizzative, culture della sicurezza e della prevenzione; strategie per la resilienza e la gestione dei rischi e dell’incertezza; mediazione e gestione dei conflitti; riduzione della complessità etc. A ciò si aggiunga che, purtroppo, qualunque discorso, su qualsiasi tema, nel nostro Paese tende subito alla polarizzazione ed alla lettura ideologica e di parte. Al di là dei dati spesso letti in maniera acritica o, in qualche caso, interessata, il problema fondamentale – lo ribadiamo con forza – è che non servono laureati impreparati, non servono laureati che, in alcuni/molti casi, non sanno parlare e scrivere correttamente in italiano; non servono laureati la cui maturazione intellettuale non sia stata minimamente segnata/scalfita dalle materie e dagli studi effettuati etc. Alcuni titoli di studio continuano ad essere più spendibili sul mercato del lavoro, non tanto per un discorso di conoscenze e/o specifiche competenze maturate e richieste – che eventualmente sono necessarie per svolgere alcune “mansioni” (e, sono sempre stato convinto, che il lavoro si apprenda solo nei luoghi di lavoro)- quanto per la credibilità e la considerazione di cui – in alcuni casi, con merito – ancora godono (il “marchio”, il “brand”…questo conta, anche nell’alta formazione): sono considerate, in ogni caso, “lauree difficili”, caratterizzate da percorsi di studio più impegnativi e selettivi, che garantiscono maggiormente chi deve selezionare le risorse umane. Ma, nel lungo periodo, se si considereranno solo i suddetti criteri quantitativi, il livello dovrà abbassarsi anche in questi settori. Se la logica resterà quella di aumentare il numero degli studenti iscritti e il numero dei laureati in corso, non se ne verrà fuori: bene esser chiari, si tratta di obiettivi assolutamente condivisibili, ma che devono essere integrati da strategie più attente alla qualità dei laureati (concetto complesso, che va operazionalizzato). Mi ripeto: non basta, come si è provato a fare in questi anni, aumentare il numero dei laureati, i nostri giovani devono arrivare a completare un processo di maturazione intellettuale, anche come persone (anche, e soprattutto, perché le organizzazioni dove andranno a lavorare sono “fatte” di persone), che evidentemente non può prescindere da una preparazione seria e rigorosa in grado di plasmare menti elastiche e aperte. Il dibattito pubblico e mediatico senz’altro non aiuta perché fatto di slogan e di fiammate emotive, di semplificazioni e luoghi comuni che, di volta in volta, vengono cavalcati dalla politica.
Come ripeto da anni, la complessità del mutamento in atto richiede profili e competenze diversificate e non soltanto “tecniche”, ma servono giovani preparati! La laurea deve tornare ad indicare, sempre e comunque, un valore; deve tornare, al di là dei dibattiti sul valore legale del titolo di studio, a certificare una qualità della formazione ed una maturazione intellettuale della persona che la consegue, indipendentemente dalla valutazione finale. E nell’affrontare tali questioni senza peli sulla lingua, intendo riaffermarne, con continuità e forza, la rilevanza strategica di tali problematiche per la cosiddetta “questione culturale”: da sempre, da sempre(!), istruzione e formazione sono gli unici “strumenti” in grado di dare dinamicità a sistemi sociali senza mobilità sociale verticale, senza meritocrazia e con un familismo amorale diffuso. A ciò aggiungo, che è di vitale importanza curare con attenzione anche la qualità della formazione di chi sceglie indirizzi di studio, considerati meno strategici (scienze umanistiche e scienze politico-sociali), perché una volta usciti dal circuito universitario, potrebbero andare a lavorare proprio nei settori strategici della pubblica amministrazione e, in particolare, dell’insegnamento. E, non soltanto la politica, ma ognuna/o di noi è chiamato a prendersi le proprie responsabilità! Non c’ è soltanto il livello dei sistemi e delle grandi organizzazioni/apparati.

Questione culturale, legalità e cultura della furbizia

Altra dimensione cruciale della “questione culturale” riguarda la mentalità diffusa, nel nostro Paese, di risolvere tutto esclusivamente con il ricorso al Legislatore (cui si è aggiunta, ancora una volta, la convinzione/narrazione che la digitalizzazione risolverà ogni problema). Un Paese che, ai limiti del paradosso, è fondato culturalmente sul “principio di irresponsabilità” (Dominici 2003 e 2009), oltre che su una diffusa incoerenza dei comportamenti (ricordo sempre la formula ETICA vs ETICHETTA); un’irresponsabilità diffusa in tutti i settori vera cifra della “questione culturale”, che legittima chi aggira le leggi, le regole e, perfino, le norme sociali condivise (cultura della furbizia). Una cultura diffusa, già a livello di processi educativi, che porta a vedere nelle regole e in certi valori (legalità, cittadinanza, bene comune, interesse generale etc.), soprattutto un ostacolo alla propria autoaffermazione. La furbizia è ormai sinonimo di intelligenza perfino nelle valutazioni che diamo dei comportamenti di bambini e adolescenti…che saranno i cittadini di domani! Si pensi, in tal senso, anche alla metastasi della corruzione che, come la cronaca degli ultimi decenni ha messo in luce, coinvolge non soltanto la cd. “casta”, bensì ampi settori della società civile che, probabilmente, continuano a credere nonostante tutto di poter avere vantaggi dalla “casta” stessa; un’irresponsabilità che si articola anche in comportamenti eticamente scorretti e non attenti neanche al principio di precauzione. Dunque, un’irresponsabilità diffusa che rende socialmente accettabile la violazione di leggi e norme, il ricorso al clientelismo e al familismo immorale (forzo il concetto). Accade così che la soluzione ai problemi, per certi versi inevitabile (ma, evidentemente, non è l’unica strada percorribile), sia sempre la medesima: il continuo ricorso a leggi e normative sempre più rigide e stringenti: intendiamoci bene, si tratta in molti casi di condizioni necessarie, addirittura fondamentali ma, come ampiamente dimostrato dalla storia sociale, politica ed economica di questo Paese, si tratta di condizioni/fattori non sufficienti.

Evidentemente, quando parliamo di “questione culturale” andiamo a toccare il nervo scoperto di questo Paese: un Paese che continua ad illudersi di risolvere ogni problema soltanto con le leggi (il diritto penale, in particolare), i divieti e la repressione: “emergenza educativa”, vuoto etico (Jonas), torpore morale, nichilismo, cultura della furbizia e di un’illegalità legittima (Dominici), clientelismo, corruzione, familismo amorale (Banfield): questioni complesse che non si risolveranno con decreti e sanzioni sempre più dure (necessarie ma non sufficienti); questioni complesse che non saranno risolte dalla digitalizzazione, da sistemi informatici e/o app sempre più sofisticate (estremamente utili ma non risolutive). Il problema centrale – lo ribadiamo con forza – è l’educazione, i modelli culturali, la ricerca di un’etica condivisa e, aggiungo, la testimonianza dei comportamenti.

Crisi del tessuto sociale, vuoto valoriale e cittadiannza

Individualismo, fine del legame sociale e del vincolo di appartenenza alla Comunità. Storie di precarietà e incertezza divenute, ormai per molte persone, condizioni esistenziali…una crisi non soltanto economica, aggravata dall’indebolimento del tessuto sociale e dei meccanismi sociali della cooperazione e della fiducia; in molti casi, dalla stessa percezione di una solitudine che non è “visibile” e non fa rumore e dall’assenza di una rete sociale di sostegno. Si tratta di questioni cruciali che studio da anni ma che, soprattutto, ci riguardano tutti da vicino. Passatemi la semplificazione (perché le questioni vanno sempre sciolte, evidenziandone la complessità e i molteplici nessi di causalità/livelli di connessione): proprio nella cd. società della comunicazione e delle reti, che sono riproduzione ed estensione di quelle preesistenti all’interno dei sistemi sociali (1998), assistiamo – con qualche timido segnale di risveglio, che puntualmente si verifica dopo crisi e/o disastri (cfr. letteratura sul tema del capitale sociale e della fiducia) – all’indebolimento del tessuto sociale e di quei “dispositivi” che rendono possibile la coesione sociale (culture e modelli culturali compresi). Non a caso se, da una parte, abbiamo parlato di trasformazione antropologica, di nuovo ecosistema (1996) e di un individuo sempre più libero e autonomo (?), dall’altra, non abbiamo potuto fare a meno di rilevare come sia anche sempre più “isolato” nelle scelte e nel riferimento a sistemi di orientamento valoriale e conoscitivo, già di per sé indefiniti e frammentari. Tornano attuali, mai come ora, categorie concettuali come “anomia” (Durkheim) e “vuoto etico” (Jonas) e, forse, per provare a comprendere la “natura” complessa e ambigua del mutamento in atto, occorre ripartire proprio da quel progetto della modernità che ha prodotto non soltanto emancipazione, delle masse e delle “nuove soggettività”, ma anche “forze centrifughe” e disgreganti (Dominici 2003,2005,2014). È la Società Interconnessa (connessione vs. comunicazione) basata su un’economia politica dell’insicurezza (politiche, welfare etc.) e su opportunità che per ora riguardano, esclusivamente, élite e gruppi ristretti legati a saperi esperti (architettura aperta ma reti chiuse) (1998); anche su questo abbiamo lavorato molto ma c’è ancora tantissima strada da percorrere (assenza di politiche -> lungo periodo) e richiede un cambiamento culturale radicale che coinvolga più livelli. Inclusione, cittadinanza digitale, democrazia…società della conoscenza sono ancora ‘lontane’ e, sempre più spesso, l’impressione è che si navighi a vista, oltretutto con un preoccupante ridimensionamento della sfera dei diritti individuali e collettivi che viaggia di pari passo con il ruolo di una Politica sempre più marginale e sempre meno autonoma dalla sfera economico-finanziaria. Il pericolo serio e concreto è quello di continuare a interpretare ed affrontare questa crisi, così drammatica, affidandosi a spiegazioni riduzionistiche e deterministiche e, contemporaneamente, sottovalutando la “questione culturale” e uno dei grandi “mali” del nostro tempo, ad essa correlato: l’indifferenza (1998).

Società dell’irresponsabilità e superamento della dicotomia tra formazione umanistica e scientifica

Nel 2009 ho condotto una ricerca a seguito del terremoto dell’Aquila – città cui sono molto legato e dove ho insegnato per lungo tempo – partendo da una studio empirico condotto su come la stampa e i media avevano raccontato il terremoto: ho scelto come titolo “La società dell’irresponsabilità” (rinvio ad un contributo pubblicato da LSDI – Libertà di Stampa Diritto all’Informazione: La Società dell’Irresponsabilità. Proprio a voler sottolineare come siamo in un contesto in cui atti e fatti molto gravi possono avvenire nel pieno rispetto delle leggi e delle normative, dell’osservanza formale delle regole e delle procedure. Una dimensione, quella della responsabilità, che riguarda da vicino la libertà, gli stessi concetti di libertà e responsabilità andrebbero ripensati in chiave relazionale, perché presuppongono il Noi, non l’Io. Ma una cultura della responsabilità non può mai essere imposta dall’alto (come l’etica), o veicolata attraverso sofisticate campagne di comunicazione/marketing; deve essere socialmente e culturalmente costruita fin dai primi anni di vita e, poi, di studio. Sono la Scuola e le altre agenzie di socializzazione le vere responsabili di questo processo così importante che riguarda direttamente anche le tematiche inerenti la legalità, la corruzione, la prevenzione, il rispetto dell’Altro da noi, il nostro vivere insieme etc.
Il tema della responsabilità è centrale e si riaggancia alle questioni precedentemente trattate. Complessità e pensiero sistemico presuppongono un’attenta valutazione delle variabili coinvolte e delle conseguenze. Essere educati alla complessità, al metodo scientifico, al pensiero critico e sistemico, porta con sé un’epistemologia dell’incertezza (Morin) e un’attenzione anche per il (noto) principio di precauzione. Superare la dicotomia tra formazione umanistica e formazione scientifica è troppo importante, dal momento che non possiamo più permetterci il lusso neanche di formare soltanto tecnici e questo proprio perché siamo in una civiltà ipertecnologica e perché le implicazioni della civiltà ipertecnologica sono sociali, politiche, culturali, riguardano tutti…le identità, le soggettività, la vita nel suo complesso. Il tema del cambio di paradigma non è uno slogan, in una frase potremmo dire che le straordinarie scoperte scientifiche di questi anni – la manipolazione genetica, l’intelligenza artificiale, la robotica, la possibilità di sostituire parti del corpo, le cellule staminali – ci obbligano a rivedere tutte le categorie, e le relative definizioni operative, a cominciare da quelle di coscienza e vita. Questo cosa mette in evidenza? Che mai come in questo momento l’evoluzione culturale è in grado di condizionare l’evoluzione biologica, per questo la tematica del cambio di paradigma è urgente. L’esigenza di ripensare i saperi, i percorsi, le logiche che animano la ricerca scientifica non è perché c’è l’intuizione di qualcuno ma perché la realtà ce lo richiede. È la realtà che è sempre più interconnessa e interdipendente, è la realtà che ci chiede di superare queste logiche di separazione.

Progresso tecnologico ed economico condizioni necessarie ma non sufficienti ad affrontare una crisi che è anche, e soprattutto, culturale e di civiltà.

La crisi contemporanea, infatti, riguarda da vicino i sistemi di orientamento valoriale e conoscitivo, le credenze e le pratiche condivise, i meccanismi sociali della fiducia e della cooperazione su cui, non soltanto si fonda il legame sociale, ma poggia l’idea stessa di civiltà, di Persona, di dignità umana, di cittadinanza e di democrazia. Ed è una crisi anche, e soprattutto, della comunicazione così come l’abbiamo intesa fin dal primo momento: processo sociale (complesso) di condivisione della conoscenza = potere (1996). Una crisi che riguarda tutti i livelli, da quello dei sistemi sociali a quello delle organizzazioni complesse, per arrivare al livello delle relazioni sociali e della mediazione simbolica. Ad essere tirate in ballo anche le identità e le soggettività e, come detto più e più volte anche in passato, è quanto meno paradossale che tutto ciò si verifichi proprio nella cd. società globale della comunicazione. Questa, una delle ragioni per cui ho preferito parlare di “società interconnessa” (comunicazione vs. connessione), sforzandomi di fornirne una definizione operativa chiara (altrimenti si scade, come spesso capita in queste aree di studio e ricerca, nel puro “nominalismo” e/o nella parola-chiave/neologismo più alla moda), che ponesse l’attenzione sul ruolo delle asimmetrie informative e conoscitive, sui rapporti di potere (1995), sulle logiche di controllo e sorveglianza sempre più stringenti che caratterizzano quella che, diversi anni fa, avevo definito la società ipercomplessa; una definizione operativa che prendesse le mosse dalla profonda consapevolezza che, in qualsiasi campo della prassi sociale e umana, la sempre più crescente interdipendenza dei sistemi e l’accumulo di informazioni (dis-informazione) non determinano e non garantiscono produzione e condivisione di conoscenza, anzi… (Dominici 1998, 2003). Una “risorsa”, quest’ultima, indispensabile ed unica (parliamo, non a caso si parla di economia della conoscenza) che – la dico così – non se la passa troppo bene anche a causa della radicale parcellizzazione dei saperi e delle competenze, nonché dell’eccessiva specializzazione che, di fatto, contribuisce ad isolare e deresponsabilizzare gli individui all’interno delle organizzazioni e, più in generale, dei sistemi sociali (temi su cui sono tornato spesso e sui quali non si improvvisa -> scuola, università, logica della torre d’avorio, educare e formare alla complessità, competenze per la complessità etc.).

Definire e costruire una “cultura della cittadinanza e dell’inclusione”

Insomma, in altre parole, stiamo ragionando, non soltanto sulle condizioni che possono rendere effettivi processi complessi come quelli riguardanti l’inclusione e la cittadinanza, ma anche sull’opportunità e la necessità di lavorare, all’interno di una prospettiva sistemica e di logiche di rete, sulla definizione e costruzione di una “cultura della cittadinanza e dell’inclusione”. La stessa crescita del Paese (ma di qualsiasi Stato-Nazione), che è questione cruciale non spiegabile e gestibile ricorrendo al solo paradigma economicistico (la globalizzazione l’ha ampiamente dimostrato), ne trarrebbe enormi vantaggi. Il nostro Paese è segnato da una “questione culturale” che – mi ripeto – si pone al di là del quadro giuridico, normativo e deontologico-professionale e che chiama in causa la libertà e, con essa, la responsabilità (concetti relazionali) degli attori sociali, individuali e collettivi: in tal senso, l’esigenza di educare all’empatia, alla libertà, alla responsabilità (e, sia chiaro, si può fare!), si traduce in “urgenza” proprio perché la cd. “questione culturale” ha radici molto profonde nella crisi delle istituzioni educative e formative, nella debolezza e inadeguatezza degli attuali processi educativi, nell’urgenza di ripensare l’educazione (e poi la formazione) per quella che ho definito, in tempi non sospetti, “Società Ipercomplessa”. Ripensare l’educazione andando oltre le “false dicotomie” (Dominici 2000 e sgg.) è questione di primaria importanza, e lo è in una prospettiva che non può che essere quella della complessità, del pensiero critico e di una visione sistemica che non sono, in alcun modo, esaurite e sviluppate da percorsi didattico-formativi sempre più incentrati su certe (drammatiche e, per certi versi, devastanti) separazioni, non ultime quella formazione umanistica e formazione scientifica, tra umano e tecnologico, tra tecnologia e cultura. Oltretutto, il civismo, l’educazione alla cittadinanza, un’etica condivisa e un modello culturale e identitario forte sono “dispositivi” fondamentali per la stessa sopravvivenza dei sistemi sociali e organizzativi. Anche, e soprattutto, perché ETICA e MORALE NON SI IMPONGONO. Si tratta di processi che – come detto – chiamano in causa molteplici variabili e richiedono profili e competenze costruite sul campo. Tali questioni, peraltro, non riguardano sole le tematiche dell’inclusione e della cittadinanza: ad esempio, continuo a pensare che anche la “vera” prevenzione si fa, si costruisca a scuola e servono politiche (lungo periodo). Propongo, in questa linea di discorso, alcune considerazioni per sottolineare l’assoluta rilevanza delle questioni riguardanti educazione e istruzione.

Il nostro è un Paese dal quadro normativo e legislativo complesso e articolato: esistono molte leggi (forse, troppe), codici professionali, carte deontologiche, linee guida, sistemi di regole formali, sistemi di orientamento valoriale e conoscitivo. Eppure questi “strumenti” continuano a rivelarsi condizione necessaria ma non sufficiente proprio perché esiste una dimensione, cruciale e fondante allo stesso tempo, che è quella della responsabilità: un concetto che va assolutamente ridefinito in chiave relazionale; una dimensione che sfugge a qualsiasi tipo di “gabbia” e/o sistema/dispositivo di controllo, perché attiene alla libertà delle Persone (altro discorso da approfondire, legato al tema dell’emancipazione nella modernità: interessante il concetto di “libertà generativa”). E da questo punto di vista, come non essere d’accordo con la definizione di “società degli individui”: una società (noi) nella quale molti individui (appunto) sentono di non dover rispondere a nessuno dei loro atti, tanto meno ad una “comunità” i cui legami si sono fortemente indeboliti (e, non a caso, c’è chi parla di fine del legame sociale). Qualche anno fa, intitolai un mio libro “La società dell’irresponsabilità” proprio per connotare questa condizione critica, ricollegabile solo in parte alla crisi economica (o ad indicatori di tipo economico): la “questione culturale” mette in luce, ancora una volta, non solo la crisi delle istituzioni formative, ma anche la debolezza dei vecchi apparati e delle vecchie logiche di controllo e repressione che non hanno mai risolto i problemi alla base; che sono sempre strategie di “breve periodo” (cultura dell’emergenza vs. cultura della prevenzione, a tutti i livelli e in tutti i settori della prassi). Un Paese che, ai limiti del paradosso, è fondato culturalmente sul “principio di irresponsabilità” (Dominici 2003 e 2009), oltre che su una diffusa incoerenza dei comportamenti (ricordo sempre la formula etica vs etichetta); un’irresponsabilità diffusa in tutti i settori, compresi quelli della comunicazione e dell’informazione, a dir poco vitali per la qualità della stessa democrazia; un’irresponsabilità diffusa vera cifra della “questione culturale”, che legittima chi aggira le leggi, le regole e, perfino, le norme sociali condivise (cultura della furbizia); un’irresponsabilità diffusa che trova il suo ecosistema ideale in un contesto storico e in clima culturale che esaltano sempre chi antepone l’interesse particolare a quello generale e al “bene comune”. Si pensi, in tal senso, anche alla metastasi della corruzione che, come la cronaca degli ultimi decenni ha messo in luce, coinvolge non soltanto la cd. “casta”, bensì ampi settori della società civile che, probabilmente, continuano a credere nonostante tutto di poter avere vantaggi dalla “casta” stessa; un’irresponsabilità che si articola anche in comportamenti eticamente scorretti e non attenti neanche al principio di precauzione. Dunque, un’irresponsabilità diffusa che rende socialmente accettabile la violazione di leggi e norme e che affonda le sue radici anche in una certa “cultura della furbizia” che, talvolta, inconsapevolmente viene elaborata e diffusa proprio nei luoghi deputati alla socializzazione ed all’educazione della Persona. Accade così che la soluzione ai problemi, per certi versi inevitabile (ma, evidentemente, non è l’unica strada percorribile), sia sempre la medesima: il continuo ricorso a leggi e normative sempre più rigide e stringenti: intendiamoci bene, si tratta in molti casi di condizioni necessarie, addirittura fondamentali ma, come ampiamente dimostrato dalla storia sociale, politica ed economica non soltanto di questo Paese, si tratta di condizioni/fattori non sufficienti. Dobbiamo confrontarci con una “natura” intrinsecamente problematica e complessa dei sistemi sociali, non più riconducibile alle sole categorie (significative) di rischio, incertezza, vulnerabilità, liquidità etc. A ciò si aggiunga che, quasi paradossalmente, mai come in questi anni si è discusso (e si discute) di etica e di responsabilità in tutti i campi dell’azione sociale (dalla politica alla cultura, dall’informazione all’innovazione scientifica e tecnologica etc.). Si potrebbe semplificare tale paradosso con la “formula”: trionfo dell’etichetta sull’etica. Paese di paradossi e contraddizioni (non soltanto sul piano culturale): da una parte, per ogni “nuovo” problema si invocano subito nuove leggi, nuovi codici deontologici, nuove prescrizioni, nuovi divieti; dall’altra, culturalmente, consideriamo quelle stesse leggi, norme, “regole” come un ostacolo alla nostra autoaffermazione ed al nostro successo/prestigio sociale. D’altra parte, ciò che spesso sembra venire a mancare è proprio la coerenza dei comportamenti che, comunicativamente parlando, risulterebbe (è!) molto più efficace delle parole e dei principi spiegati attraverso un linguaggio, più o meno, politicamente corretto. Appare evidente come siamo di fronte ad una vera e propria “emergenza educativa” – anche se non amo questa parola che ben rappresenta quella cultura, tuttora egemone, che sa affrontare qualsiasi problema soltanto con provvedimenti eccezionali e saltuari (dalla sicurezza al lavoro, dalla salute alla violenza, dalle forme di discriminazione al bullismo, dalla corruzione all’illegalità) – legata ad una molteplicità di fattori e variabili, che hanno determinato una trasformazione profonda dei processi di socializzazione ed una crisi delle tradizionali agenzie/istituzioni deputate all’interiorizzazione dei valori ed alla formazione delle personalità/identità (riconoscimento-rispetto-altruismo-senso civico-cittadinanza vissuta e non subita/eterodiretta). Mi riferisco, in tal senso, al concetto di “policentrismo formativo” ed alla divaricazione del ventaglio dell’offerta educativa e formativa. Questo Paese non riuscirà a ripartire senza affrontare seriamente tali problematiche. Stiamo discutendo, in altri termini, dei “cittadini di domani” che corrono seriamente il rischio di continuare a crescere e socializzarsi ad una cultura della furbizia, dell’illegalità e/o del familismo amorale (apparentemente?) dominante: e tutto questo all’interno di quel famoso modello sociale e culturale “feudale” di cui abbiamo parlato, che ha sempre lasciato poco spazio alla mobilità sociale verticale.

Fondamentale, quindi, ripartire da educazione e istruzione

Fondamentale, quindi, ripartire da educazione e istruzione, basandole però su una ridefinizione della “qualità” della relazione tra gli attori dell’ecosistema formativo e comunicativo – nel rispetto dei reciproci ruoli (genitore, insegnante, docente etc.) – oltre che, evidentemente, sulla preparazione e sulle competenze. E, nel lungo periodo, per far questo abbiamo bisogno di “teste ben fatte” (Montaigne), e non di “teste ben piene”, che sappiano organizzare le conoscenze all’interno del nuovo ecosistema cognitivo (2005), altrimenti non si tratterà di “vera” innovazione, cioè quella sociale e culturale. E, come scrissi qualche anno fa, sarà la “società dell’ignoranza” e dell’incompetenza (non solo digitale…): una società edificata sul paradosso e, a livello culturale, su una mancata e fuorviante distinzione tra libertà ed uguaglianza. In tal senso, pagheremo ancora a lungo la sostanziale inadeguatezza dei nostri percorsi didattico-formativi, tuttora progettati e realizzati sulla miope, oltre che disastrosa, separazione tra le “due culture”, quella scientifica e quella umanistica, sia a livello scolastico che universitario. A livello pratico e operativo, non posso non tornare a richiamare l’urgenza di politiche di lungo periodo in grado di innescare e supportare il cambiamento culturale e, anche in questo caso, la centralità strategica di scuola, istruzione, università è fuori discussione! Da questo punto di vista, per ciò che concerne quella che ho definito la “società interconnessa”, l’orizzontalità e la democraticità delle procedure e dei sistemi non possono essere garantite dalla tecnologia in sé e per sé, dal momento che a fare la differenza sono/saranno sempre il fattore umano e la qualità delle relazioni sociali e dei legami di interdipendenza, dentro e fuori i sistemi sociali; dentro e fuori le organizzazioni complesse.

L'Autore


Gianfranco Marini
Gianfranco Marini cerca di insegnare storia e filosofia nel liceo scientifico "G. Brotzu" di Quartu Sant'Elena (CA). È laureato in filosofia all'Università di Cagliari e in Tecnologia della comunicazione multimediale all'Università di Ferrara. Dal 2005 sperimenta l'utilizzo del Web e delle tecnologie digitali nell'apprendimento secondo la modalità del Blended Learning. Gestisce Aulablog e un canale YouTube, entrambi strumenti per la didattica digitale e disciplinare. Cura la rubrica AulaMagazine su scoop.it dedicata alle Tecnologie dell'apprendimento e della conoscenza.
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