Ma non è solo un altra lista di App.

 

 

Su Designing Outcomes e sul mio rudimentale blog, alla pagina dedicata,  è appena stata pubblicata la versione italiana della Padagogy Wheel,    di cui ho curato la traduzione. Sicuramente moltissimi lettori conosceranno già questo che, nei miei interventi alla Conferenza Nazionale  TESOL Italy di Roma e alla Conferenza MOVE di Napoli ho introdotto come  “The Tool of Tools”, ma di certo il titolo che ho dato alle mie presentazioni non rende giustizia alla complessità della Ruota, anzi, potrebbe sembrare che la sminuisca e la riduca ad una lista di applicazioni, seppure suddivise secondo diversi criteri. Ovviamente non è così, o almeno le presentazioni avevano proprio lo scopo di chiarirne le complessità e le peculiarità, per le quali rimando alla Ruota stessa. Mi preme molto evidenziare, però, la caratteristica principale della Ruota (che si chiama Padagogica con riferimento sia alla Pedagogia, sia all’iPad), e cioè il suo essere un meccanismo che collega diversi ingranaggi, tutti assolutamente essenziali ed importanti per lo scopo che si prefigge: inserire le App in un progetto più ampio di Learning Design, che tenga conto di diversi fattori, tra cui il Modello SAMR (Sustitution, Augmentation, Modification, Redefinition) di Ruben Puentedura, la Tassonomia di Bloom, ma anche tutta una parte metacognitiva che a volte si perde nella progettazione didattica. Quest’ultima, invece, è proprio la componente essenziale, tanto che Allan Carrington, a cui va il merito di aver portato avanti quel monumentale lavoro attorno alla Ruota che è il suo Blog, ha voluto che al suo centro ci fosse l’indicazione “Inizia qui”, proprio a voler puntualizzare come quella, e non la lista di App, fosse il “core”, il nocciolo, la parte più importante, senza la quale le App stesse non hanno motivo di essere usate. Ciò che più interessa ad Allan, e che condivido in pieno, è la possibilità – anzi, direi quasi la necessità –  di ripensare l’apprendimento, preoccupandosi di come sarà lo studente dopo la sua esperienza, quali saranno le modifiche che questo processo potrebbe apportare in termini di autostima, motivazione, carattere, valori e così via. Insomma, interessarsi del processo, e non solo del prodotto, cercando di considerare anche i traguardi a lungo termine e non solo gli obiettivi più immediati.

L’attenzione direi quasi ossessiva (ma in senso buono) di Allan a questi aspetti dell’apprendimento ha fatto sì che, oltre a tutti i problemi che una traduzione del genere può comportare, ci bloccassimo, per una lunga serie di mail, su come rendere alcune espressioni particolari: Allan continuava a spiegarmi cosa significassero e quanto fossero importanti, io continuavo a dirgli che capivo, ma che, secondo me, bisognava tradurle in un altro modo…il risultato, magari troppo letterale,  è figlio della comprensibile intransigenza di Allan, dovuta alla sua paura che venisse snaturata  e sminuita l’essenza stessa, Pedagogica, della Ruota, oltre che alla necessità di limitare il numero di caratteri per ovvie ragioni di spazio.

L’ultimo messaggio che ho ricevuto da Allan e con il quale mi avvertiva della pubblicazione, ribadiva la necessità di sottolineare come la parte centrale sia la più importante della Ruota, mentre il suo timore (ed anche il mio!) è che gli insegnanti “saltino “ direttamente alle App, ignorando tutta la parte che riguarda l’attenzione al discente.

La Padagogy Wheel è concepita come uno strumento che induce ad una visione più ampia dell’utilizzo della tecnologia, che non serve, dunque, solo a decidere quale App usare per ottenere un determinato prodotto, ma che dovrebbe essere utilizzato in ogni fase del Learning Design: dalla progettazione e dallo sviluppo del curricolo, alla scelta degli obiettivi e delle attività, in una riflessione continua sulle procedure, le scelte ed i metodi. Un meccanismo, dicevo, complesso, che si blocca se uno degli ingranaggi non funziona, non viene preso in considerazione, non viene attivato; questa è la specificità della Ruota e questo è il motivo per cui le sue componenti sono dette ingranaggi.  Ed ogni ingranaggio esorta il docente a riflettere, a porsi delle domande, dal momento che ogni decisione presa in un’area influenzerà anche le altre.

Ovviamente, a mio avviso, la Ruota può essere utilizzata in tutti i gradi di scuola, non solo a livello superiore, anche se in essa ci si riferisce ai Laureates’ Attributes; io trovo, invece, che sia estremamente utile anche per un utilizzo (inizialmente guidato e via via sempre più autonomo) da parte degli alunni, proprio perché il loro uso della tecnologia deve diventare maggiormente consapevole e responsabile, e questo è stato principalmente il tema delle mie presentazioni.

Certo, la cosa più semplice ed immediata da fare sarebbe cercare sulla ruota la App corrispondente all’attività o all’azione che deve essere portata a termine, ma per questo non sarebbe servita la Ruota, grazie alle tante liste tematiche di App che circolano in rete, e non sarebbe stato neppure necessario tradurla, visto che le icone delle varie App rimandano direttamente ai siti corrispondenti. La necessità della traduzione deriva proprio dalla natura stessa del lavoro di Allan; potremmo dire che anche all’uso della Ruota si applica il modello SAMR: quanto in fondo vogliamo arrivare?

L'Autore


Maria Cristina Bevilacqua
Figlia di maestri, nipote di maestro, cos’altro potevo fare? Maestra per 21 anni, poi prof di Inglese in un Superiore ed una variegata vita professionale parallela nella formazione dei docenti. Ho partecipato a Progetti di Ricerca Nazionali e Internazionali, a Socrates, Comenius, Scambio Italo-Britannico, Leonardo, Grundtvig, Pestalozzi, Erasmus, girando mezza Europa e confrontandomi con sistemi educativi e culturali diversi. Non ho mai smesso di studiare perché non ne so mai abbastanza. Nelle mie vite precedenti sono stata di tutto: Animatrice (analogica!), Formatrice, Tutor, E-Tutor, Facilitatrice, Coordinatrice, Esperta, Counselor, Aggiornatrice, Autrice, Mediatrice, poi di nuovo Animatrice (stavolta digitale), Ambasciatrice… per scoprire che, dopo tutto, in fondo in fondo, sono rimasta sempre la stessa: una maestra.
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