Ovvero come fare e farci odiare le App.

Al ritorno da un viaggio di istruzione, durante il mio primo anno di docenza, un alunno, di solito vivacissimo, che si era scalmanato tutto il giorno, si intristiva e si rabbuiava man mano che ci avvicinavamo a casa. “Che c’è, Mario, la gita non ti è piaciuta?”. “Tantissimo, mae’. Penso solo al tema che ci toccherà domani…”.

La scuola era riuscita a rovinare l’unico giorno “extrascolastico”, altrimenti felice, di quel bambino.

Questo breve ricordo sintetizza il tema di questo intervento. Sta succedendo alle App quello che è successo a molte LIM: sono sempre gli insegnanti che continuano ad usarle, preparando materiali, pianificando la struttura, organizzando i contenuti, così come scrivono sulla LIM come se fosse la lavagna di ardesia, su cui convergono, come verso un punto di fuga (che così paradossalmente fuga non è, anzi…), le direzioni di tutti i banchi e gli sguardi degli alunni.

Per spiegarmi meglio, faccio l’esempio di Kahoot, “giochetto” d’effetto se si vuole risvegliare la platea intorpidita dopo un’oretta di corso di aggiornamento. Ogni volta che lo presento nei miei corsi, non trovo docenti che non ne siano entusiasti, anche quelli che si dichiarano meno portati per una svolta digitale della didattica,  per non parlare degli alunni in classe o, meglio, durante le ore di supplenza…mai avuto problemi di disciplina! Eppure la maggior parte dei colleghi continua ad usare questa o altre accattivanti App come fossero le vecchie schede fotocopiabili delle guide per insegnanti: sono loro a preparare i quiz o i sondaggi e li “somministrano” (stesso verbo usato per le medicine: un motivo ci sarà!) ai ragazzi. Con il risultato che, dopo averci perso un sacco di tempo, al secondo Kahoot…abbandonano.

Il valore delle App come Kahoot, invece, risiede proprio nel fatto che devono essere una struttura, un contenitore vuoto, che va implementato dagli alunni. Il Create Kahoot della piattaforma è un imperativo per loro, non per gli insegnanti.

Io di solito procedo in questo modo:

Introduzione –  preparo un breve Kahoot “sbagliato” , con risposte troppo lunghe, foto che aiutano nella scelta, domande troppo arzigogolate, insomma, una domanda corretta e coerente con le risposte, brevi ed appropriate, ed altre tre come non dovrebbero essere fatte. E lo preparo su un argomento che i ragazzi non conoscono, per esempio su didattica o pedagogia, proprio perché voglio che capiscano che non è un’interrogazione mascherata.Anzi, utilizzo lo stesso Kahoot “di prova” con gli alunni e con i miei corsisti. Perché mi interessa, e vorrei che interessasse anche a loro,  più il processo, meno il prodotto, anche se poi si arriva pure a quello.

Preparazione – Una volta discusso con loro cosa potrebbe non andare nel mio Kahoot, (e la risposta potrebbe anche essere: niente! ) li invito a suddividersi in quattro gruppi, per lavorare su argomenti che non abbiamo ancora trattato; ora, per esempio, stiamo approfondendo le cucine regionali, così ogni gruppo si occupa di creare, per il resto della classe, un quiz su una regione che non abbiamo ancora affrontato. Una specie di classe capovolta, ma molto “grezza”, poco raffinata. I ragazzi utilizzano le stesse uniche credenziali per ogni membro del gruppo: ognuno è responsabile della propria domanda, ma lo sono anche di quelle degli altri, perché prima di presentarlo alla classe devono sperimentarlo e vedere cosa non va, per modificarlo. Il fatto di lavorare con lo stesso account consente loro di farlo da casa, dopo aver pianificato in classe la bozza del quiz da realizzare. Io lavoro in classi “normali”, di un Professionale, con i libri di testo cartacei, che la maggior parte usa come unica risorsa per domande e risposte, niente di ipertecnologico. Ed i quiz li svolgiamo con i cellulari. Ma più di qualcuno, proprio per complicare il compito ai compagni, cerca altre informazioni su Internet, ampliando un po’ il proprio orizzonte di conoscenze, e creando un precedente che, al prossimo quiz, molti sfrutteranno.

Presentazione – Preparato il quiz, i ragazzi devono presentarlo, due gruppi per lezione, ai compagni, sapendo che non verrà considerato un’interrogazione, in quanto gli argomenti non sono ancora stati trattati. Ma, siccome comunque ai ragazzi non piace perdere, i “concorrenti” del quiz andranno a leggersi le informazioni sulla regione che verrà presentata il giorno successivo. Dunque, Kahoot utilizzato come strumento non per l’accertamento delle conoscenze (che è il primo scopo a cui pensano i colleghi a cui lo presento…e anche i ragazzi, in virtù dell’episodio di Mario, con cui ho iniziato questa chiacchierata), ma per la costruzione delle conoscenze, per la presentazione di nuovi argomenti e per lo sviluppo di alcune competenze, talmente ovvie che non le cito.

Confronto – dopo ogni presentazione, i ragazzi riflettono, domanda per domanda, sul prodotto dei compagni, indicando su un foglio, su dei post-it – o su un Padlet, se il registro elettronico fosse ancora carico – punti di forza e punti di debolezza di ciascuna, tenendo conto di ogni aspetto: le immagini (che a volte non ci sono o sono scelte a casaccio), la lingua (in fondo insegno pur sempre Inglese), la lunghezza delle frasi, la comprensibilità, la chiarezza, la coerenza e così via. I compagni possono decidere di migliorare il proprio quiz con i suggerimenti ricevuti, ma quello che succede di solito è che chi non ha ancora presentato il proprio lavoro, lo modificherà grazie ai suggerimenti ricevuti sui prodotti degli altri. E la valutazione, perché alla fine ci sarà, verterà sull’impegno, la partecipazione, lo sforzo di migliorare e di collaborare profusi per la riuscita del lavoro comune.

A mio avviso è questa la parte più interessante, e di solito meno praticata nelle classi, di tutto il lavoro svolto: la riflessione concreta e costruttiva sul proprio e altrui lavoro, che modifica i propri atteggiamenti, le proprie certezze, i propri pregiudizi.  Non è anche questo imparare ad imparare? E non è questa la Peer Review, non è il Peer Tutoring che sono richiesti ai neoassunti e poco praticati da chi neoassunto non è?

Il nuovo punto di fuga della classe, dunque, parte dal prodotto – il Kahoot – raccoglie come rette tutti i nostri ragazzi, che non convergono, ma divergono ed possono ampliare all’infinito gli orizzonti della didattica e della classe. Anche in una scuola “normale” come la mia.

L'Autore


Maria Cristina Bevilacqua
Figlia di maestri, nipote di maestro, cos’altro potevo fare? Maestra per 21 anni, poi prof di Inglese in un Superiore ed una variegata vita professionale parallela nella formazione dei docenti. Ho partecipato a Progetti di Ricerca Nazionali e Internazionali, a Socrates, Comenius, Scambio Italo-Britannico, Leonardo, Grundtvig, Pestalozzi, Erasmus, girando mezza Europa e confrontandomi con sistemi educativi e culturali diversi. Non ho mai smesso di studiare perché non ne so mai abbastanza. Nelle mie vite precedenti sono stata di tutto: Animatrice (analogica!), Formatrice, Tutor, E-Tutor, Facilitatrice, Coordinatrice, Esperta, Counselor, Aggiornatrice, Autrice, Mediatrice, poi di nuovo Animatrice (stavolta digitale), Ambasciatrice… per scoprire che, dopo tutto, in fondo in fondo, sono rimasta sempre la stessa: una maestra.
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