Seconda parte dell’intervista di Gianfranco Marini a Robin Good

Seconda parte del dialogo tra Gianfranco Marini e Robin Good. Questi i temi: cos’è la cura dei contenuti? Cosa significa il nome Robin Good? Documentare e archiviare. I libri di testo. Percorsi di apprendimento. Ricerca, sviluppo e innovazione. È possibile cambiare la scuola “da dentro”?

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Gianfranco Marini
Potresti dare una definizione di curation ? Il buon curatore cosa dovrebbe fare?

Robin Good
Più che cercare di dare una definizione in termini astratti di curation è meglio chiedersi: come riconoscere un contenuto curato da uno non curato? Da questo punto di vista ci sono almeno 6 elementi che permettono di riconoscere la curation per quella che è.

  1. Avere uno scopo preciso, non farsi guidare dalla sola ricerca della popolarità, ma porsi al servizio di un pubblico su uno specifico problema o esigenza o interesse
  2. Fornire un contesto: a cosa servono questi link e queste informazioni? Per cosa sono utili? Come posso servirmene? Perché fanno la differenza?
  3. C’è un’aggiunta di valore? Sono presenti un punto di vista, un commento originale, una valutazione, etc.
  4. Hai condiviso pubblicamente? Se non si ha condivisione non si ha curation, che diventa tale nel momento in cui pubblico il mio contributo e lo rendo condivisibile ad altri
  5. Dare credito. Fondamentale è poi l’attribuzione, accreditare la fonte delle informazioni, specificare tutti i riferimenti di cui sono a conoscenza e che servono per meglio valutare l’informazione e riconoscerne la paternità e mostrare ai miei utenti l’origine di quanto vado a proporgli (denominazione di origine controllata)
  6. Firma. Spesso compaiono post, anche su pubblicazioni istituzionali o aziendali, prive della firma dell’autore. Conoscere la paternità di una notizia o contenuto pubblicato in rete è fondamentale e può fare tutta la differenza del mondo. Quindi sempre porre la propria firma, rendere riconoscibile la propria voce certificandone l’unicità e peculiarità per mostrare cosa c’è dietro un contenuto o una pubblicazione

Gianfranco Marini
A me interessa la curation come capacità di dare un senso alle informazioni riconducendole a un contesto in cui le si possa utilizzare in modo proficuo. Una stessa risorsa può essere utilizzata in diversi contesti e con scopi differenti. Come mi piace un’altra tua idea e cioè che la curation ti permette di ricostruire l’andamento di un processo, per esempio come si è sviluppato un dibattito o un certo problema. Oggi a scuola si parla molto delle competenze digitali e siamo bombardati da documenti di ogni tipo e in tutti questi si dice come sia importante che gli studenti siano capaci di trovare informazioni, valutarne l’attendibilità, confrontarle, produrre nuove informazioni a partire da quelle date, e questa è appunto curation secondo me

Ho una curiosità personale, Robin Good, il tuo nome, ricorda Robin Hood e Sherwood, tu ti sei chiamato Good per assonanza? Io mi sono fatto un’idea, Robin Hood rubava, tu rubi le cose buone a tutti per darle a tutti.

Robin Good
Si, c’è una storia ed è andata più o meno così: Quando ho iniziato a pubblicare online usavo il mio nome completo e scrivevo soltanto in inglese, questo nome era poi storpiato, ribaltato, avere tre parole nel cognome rendeva le cose complicate e poi mi faceva apparire aristocratico e sofisticato, cosa che non si addiceva al mio ruolo di ribelle, di contestatore, di bastian contrario e quindi cercavo un nome diverso, facile, breve, che mi rappresentasse e ho dato in pasto al mio google interno questo comando di ricerca e lui ha lavorato in background e non è successo niente. Quando, qualche mese dopo, mentre mi trovavo al semaforo sulla mia moto, mi è successo come a San Paolo sulla via di Damasco. Dentro il casco una voce mi ha detto: “guarda il tuo nome è Robin Good, ma aspetta prima di impennare, perché non solo sei Robin Good, ma sei Robin Good che viene da Sharewood, la foresta della condivisione. Col che ho parcheggiato sono andato in rosticceria e ho festeggiato.

Robin Good

Robin Good
La documentazione e l’archiviazione
Questa è la prima epoca storica dove secondo me rischiamo di perdere la maggior parte delle informazioni che creiamo, perché tutto ciò che creiamo in digitale e pubblichiamo su internet corre il rischio di andare perduto per le più svariate ragioni: link che non funzionano più, servizi che chiudono, pagine web che scompaiono, rimozione di contenuti per problemi di copyright, la semplice dimenticanza, etc. Secondo diverse stime tra 30% e il 50% dei documenti che pubblichiamo online dopo qualche anno o non stanno più dov’erano o non ci sono più per niente: quello che c’era oggi, domani non c’è più.
Il web è un mondo in continua trasformazione, non ci sono pochi autori e una gran massa di fruitori, ma tutti sono fruitori e autori allo stesso tempo.
E’ la stessa enorme mole di informazioni a porre in primo piano l’esigenza di una strategia di “conservazione”, ma questa consapevolezza non è ancora del tutto maturata.
Abbiamo la responsabilità, non tanto di conservare tutto, ma di avere attenzione e cura nel preservare ciò che è più rappresentativo. Ma manca ancora un’azione efficace dal basso in questa direzione.
Se andiamo a vedere quello che accade nella scuola, constatiamo che viene prodotta una grande quantità di contenuti in formato digitale, frutto dell’attività di docenti e studenti, ma tutti questi contenuti vanno “perduti”, mentre occorrerebbe conservarli per le generazioni e gli anni futuri.
Non si tratta di un semplice problema di “memorizzazione”. Occorre rendere questi materiali fruibili per gli altri classificandoli e organizzandoli in modo da renderli facilmente condivisibili e capaci di generare valore. Si tratta di un potenziale tesoro di informazioni e contenuti che va distillato e organizzato facendo della scuola un soggetto che crea valore, altrimenti si tratta di lavoro, fatica e conoscenza inutili, perché vanno del tutto perduti. Si tratta di un lavoro di curation che può fare la differenza nella scuola e può rafforzarne la reputazione.

I libri di testo
Poi c’è il discorso dei libri, mi piace questo trend reso possibile da organizzazioni e aziende, come la stessa McGraw-Hill, da tanti anni nel mondo dell’editoria scolastica, che offrono oggi piattaforme e strumenti per consentire agli insegnanti e agli studenti di costruire i loro libri di testo, utilizzando testi propri o di esperti, creando test e strumenti ad hoc. Questo è un vantaggio in termini di costi, flessibilità, personalizzazione dell’apprendimento e dà spazio a un insegnamento che non è meramente acquisitivo ma in cui la conoscenza viene costruita anche in modo collaborativo e  sviluppando progettualità e competenze.

Gianfranco Marini
La possibilità di creare dei contenuti, a parte il fatto che richiede un preventivo lavoro di curation, sviluppa quelle che tu hai precedentemente definito competenze e capacità di ordine superiore rispetto alla semplice memorizzazione. E’ così che i ragazzi costruiscono collettivamente e individualmente i propri percorsi. Non so se sai che in Italia abbiamo la percentuale più bassa di laureati tra i paesi OCSE e dei nostri immatricolati se ne laureano 4 o 5 su 10. Io penso che il motivo dipenda dal fatto che i ragazzi non sono autonomi e dipendano troppo da questo sistema fossilizzato di memorizzazione, verifica, studio riproduttivo, che non li abitua a pensare con la propria testa.
Mi sono accorto che imparo davvero quando sono al limite delle mie possibilità, quando ho una sfida che mi impegna, un’esperienza autentica. Io penso che questo discorso sia molto importante, il creare valore e il non trascurare quanto si è fatto, non lasciarlo svanire, perché significa lasciare le tracce del proprio percorso e quindi avere anche la percezione della strada che si è fatta.

Robin Good
Sono d’accordo Gianfranco, a mio modo di vedere, la scuola, l’apprendimento, dovrebbero essere come una fabbrica capace di produrre continuamente nuove interpretazioni di quelli che sono gli argomenti e i problemi che si studiano. Devo dare al mio studente, di qualsiasi età o livello di preparazione, la prerogativa di essere al mio livello, di poter dialogare con me su qualsiasi argomento. Occorre offrire loro, secondo protocolli e procedure non definiti, dei nuovi punti di vista, di modo che la conoscenza che dobbiamo rendere disponibile attraverso la scuola, continui a crescere. L’apprendimento deve essere orientato nella direzione del pensiero critico, e di tutti i discorsi che abbiamo fatto quello centrale è proprio lo sviluppo di queste capacità.
È un discorso complesso e, specialmente in Italia, si corre il rischio di confondere il pensiero critico con la vana chiacchiera. In Italia siamo campioni del mondo della critica ma non del senso critico. Chiunque scende in campo per dare la sua opinione anche se quasi nessuno ha e sa usare le competenze e le metodologie necessarie per sviluppare argomentazioni razionali e logiche. Chiunque in Italia, si sente in diritto di schierarsi, di dare giudizi e valutazioni su qualsiasi argomento, basandosi esclusivamente su ciò che ha sentito dire. Criticare, smontare, dare valutazioni affrettate e negative è lo sport nazionale degli Italiani.

Gianfranco Marini
È la cultura della lamentela continua di tutti su ogni cosa, che nasce anche dal fatto di non saper essere critici nei confronti di se stessi. Quando ti ho chiesto perché secondo te la cura dei contenuti non attecchisce nella scuola, tu hai risposto dicendo che dobbiamo chiederci dove abbiamo sbagliato. Questo approccio è metodologicamente corretto. Tutti quelli che si muovono nel vasto mondo della scuola – genitori, docenti, studenti, dirigenti –  si lamentano di ogni cosa e ne imputano a tutti gli altri il malfunzionamento. Ma pochissimi tra questi hanno il rigore critico di chiedersi: dove abbiamo sbagliato?

Robin Good
La sensazione che emerge è quella di una battaglia impossibile da combattere per la vastità e complessità del compito. Forse un cambiamento è possibile solo creando delle alternative, non cercando obbligatoriamente di trasformare la scuola da dentro. Ma se ogni persona interessata desse supporto a nuovi modi di apprendere e studiare, vuoi che sia online o in un posto fisico, potremmo creare le condizioni perché questo cambiamento possa realmente avvenire, innescando un processo che può rappresentare il mezzo più potente per cambiare le cose: fare invece che parlare. Creare e condividere esempi invece che parlare di teoria.

Percorsi di Apprendimento – Learnings Paths
Importante è anche il nuovo concetto di dare la possibilità agli studenti di creare e curare i loro percorsi di apprendimento, così come di creare servizi e tool che facilitino questo compito. Per esempio lo studente americano che non è figlio di un papà straricco, si deve confrontare con un costo universitario altissimo se vuole andare in un’università degna di tale nome. Dall’altra parte si trova però di fronte ad un’offerta spettacolare di corsi online promossi dalle più prestigiose università, dal MIT ad Harvard, da Yale a Stanford. Ce ne sono così tanti che è un problema scegliere cosa studiare. In questo caso la curation rivela la sua natura più autentica: offrire una guida quando ci si trova di fronte a una situazione di sovrabbondanza di informazioni e scelte. Quindi la scuola stessa, le istituzioni accademiche e formative, hanno in questo ambito l’opportunità di contrastare la decadenza del sistema educativo istituzionale, riciclando e rimettendo in gioco il proprio patrimonio di conoscenze e offrendo una guida che aiuti coloro che vogliono apprendere ad orientarsi in questa sovrabbondanza di offerte formative.

La scuola non può più avanzare la pretesa monopolistica di contenere al proprio interno la sola ed unica formazione valida. Ormai le alternative al di fuori dalla scuola sono tantissime. Per questo la curation può essere usata per aiutare a scegliere o a costruire un percorso di apprendimento.
Esistono oggi diversi servizi online che fanno dei profitti e il loro ruolo è semplicemente quello di raccogliere le risorse formative, gratuite o a pagamento, presenti online e di creare dei percorsi di apprendimento legati a temi e obiettivi professionali specifici. Il guadagno in questi casi può essere generato offrendo servizi opzionali di coaching e mentoring a chi desidera usufruirne.
In questi casi quindi la curation svolge un ruolo di filtro e guida per gli studenti, selezionando dall’offerta complessiva di apprendimento presente in rete il meglio per apprendere una certa competenza.

Robin Good
La ricerca, lo sviluppo e l’innovazione
La curation intesa come raccolta di modelli ed esempi è di enorme aiuto per ispirare e innovare. Io non credo a quelli che “partoriscono” le idee dal nulla, ma credo a quelli il cui pensiero è frutto della combinazione e del rimiscelamento di altre conoscenze ed esperienze. Se ognuno di noi dedicasse del tempo nel suo settore di interesse a raccogliere gli esempi di grandi successi come quelli di grandi tonfi, potremmo realizzare contenuti utilissimi per ispirare, innovare, cambiare in meglio qualsiasi situazione. Raccogliere, organizzare e presentare collezioni di esempi è utile sia per chi parte da zero, sia per chi è già avviato in una direzione. Aiuta infatti entrambi ad intravedere altre strade percorribili, già esplorate da altri o ad immaginare nuovi territori da percorrere e nuove strade da aprire. La curation utilizzata in questo ambito è anche un contributo a vantaggio della creatività, perché fornisce un patrimonio di idee e conoscenze tra cui poter sperimentare nuove combinazioni e creare nuove idee ed esperienze.
Ma chi lo fa? È forse una pratica diffusa? Ci sono esempi di persone che si incaricano di questo servizio?

Gianfranco Marini
È vero quello che affermi a proposito del fatto che fuori dalla scuola esistono tante alternative, però l’impegno di molti insegnanti è cercare di migliorare le cose da dentro, anche se è molto difficile.
Forse non sarà possibile cambiare la scuola dall’interno, ma per la maggioranza delle persone la scuola pubblica è il solo canale per l’apprendimento che hanno a loro disposizione, non hanno altre alternative. Dobbiamo riuscire a fare in modo che tutti i cittadini possano essere formati al pensiero critico nella scuola pubblica, ma per poter svolgere questo compito la scuola dovrà cambiare. Questo non sarà facile anche perché la didattica trasmissiva, in gran parte ormai inadeguata, risulta però molto “comoda” sia per i docenti che per gli studenti. Preparare una lezione tradizionale o studiare a memoria le paginette di un manuale per poi ripeterle è molto più semplice e meno faticoso che impegnarsi in una complessa attività di costruzione collaborativa delle conoscenze o di lavoro su compiti autentici. Anche da questo dipendono l’inamovibilità del modello trasmissivo e la sua forza inerziale.

Robin Good
E’ realmente possibile cambiare la scuola?
Beh, ci sono esempi nella storia che indicano che possiamo cambiare istituzioni di questa portata da dentro piuttosto che lasciarle al loro destino, così come esempi che mostrano che è possibile creare delle alternative fuori dal sistema, che poi, gradualmente lo rimpiazzeranno.
La scuola non è sempre esistita nella forma che conosciamo oggi. L’istituzione scolastica come la conosciamo è nata nell’ottocento ed è stata strutturata, nella sua organizzazione e nelle sue modalità di funzionamento, sul modello della caserma e della fabbrica.

Gianfranco Marini
Con l’avvento della società di massa e le trasformazioni di ordine sociale, politico ed economico, la scuola è stata aperta a tutti i cittadini.

Robin Good
Perché si è passati da una scuola riservata a pochi alla scuola di massa? Qual è stata l’esigenza reale che ha determinato questo passaggio?
Semplificando, il motivo era che serviva un esercito di soldatini che avessero un certo grado di istruzione e che potessero lavorare nelle fabbriche, pronti ad ubbidire agli ordini.
Oggi non ci sono più le stesse condizioni e le stesse esigenze, ve ne sono altre e la scuola non è in grado di soddisfarle. Dentro un’infrastruttura come quella scolastica, nata con questa impostazione e per soddisfare l’esigenza di irreggimentare le persone e controllarne il comportamento lavorativo e politico, è davvero possibile operare un cambiamento radicale, capovolgerne addirittura la finalità facendo di essa uno strumento di maturazione del pensiero critico? Possiamo trasformare le caserme e i soldati in un parchi di divertimento dove si gioca insieme e si apprende gli uni dagli altri?
Lo stesso modo in cui è organizzato lo spazio fisico nella scuola e le regole che governano il collocamento in questo spazio di docenti e studenti, sono frutto del modello della caserma e della fabbrica e il tipo di insegnamento e apprendimento che vi si esercita è quello della catena di montaggio, della trasmissione di contenuti, del loro travaso dalla mente piena del docente a quella vuota dello studente.

Gianfranco Marini
Un tempo abbiamo impiantato un prato nella nostra casa, abbiamo piantato ciuffi d’erba a poca distanza gli uni dagli altri, come tante piccole isole lontane, poi queste crescevano e si congiungevano formando un bel manto erboso. Ognuno di noi deve cercare di rendere migliore quella parte di mondo che ha intorno a sé, poi magari il nostro piccolo giardino cresce e le nostre piccole isole si congiungono. Non si tratta di fare la rivoluzione, ma di un tentativo di sfruttare l’intelligenza collettiva e la capacità di cooperazione, ciascuno facendo del suo meglio e crescendo tutti insieme.

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L'Autore


Gianfranco Marini
Gianfranco Marini cerca di insegnare storia e filosofia nel liceo scientifico "G. Brotzu" di Quartu Sant'Elena (CA). È laureato in filosofia all'Università di Cagliari e in Tecnologia della comunicazione multimediale all'Università di Ferrara. Dal 2005 sperimenta l'utilizzo del Web e delle tecnologie digitali nell'apprendimento secondo la modalità del Blended Learning. Gestisce Aulablog e un canale YouTube, entrambi strumenti per la didattica digitale e disciplinare. Cura la rubrica AulaMagazine su scoop.it dedicata alle Tecnologie dell'apprendimento e della conoscenza.
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